Il caso Del Mastro e il cortocircuito della trasparenza.
C'è un momento in cui il diritto smette di essere una formula e diventa un messaggio politico. È quello che è successo con il caso delle chat di Andrea Delmastro.Proviamo a rimettere in fila i fatti, perché altrimenti il cittadino si perde.1. I fattiIl 27 maggio la Procura di Roma, che indaga sul caso della "Bisteccheria d'Italia" e su un presunto riciclaggio legato al clan Senese, chiede alla Giunta per le autorizzazioni della Camera di poter acquisire tutte le chat intercorse tra l'ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e l'imprenditore Mauro Caroccia. Caroccia, ex socio di Delmastro nel ristorante, è indagato per riciclaggio e sta scontando una pena definitiva a 4 anni. Le chat non sono nel telefono di Delmastro. Sono nel cellulare sequestrato a Caroccia. Ma siccome uno dei due interlocutori è un parlamentare, serve l'autorizzazione della Camera. Lo impone l'articolo 68 della Costituzione e la legge 140/2003 sulla corrispondenza dei parlamentari.Fin qui, procedura nota.Poi arriva il cortocircuito.Delmastro, in Giunta e pubblicamente, dice: "Io acconsento, prendetele".E la Giunta, il 22 luglio, fa l'esatto opposto: respinge la richiesta della Procura. La maggioranza di centrodestra vota compatta per il diniego, le opposizioni per concederla. La pratica ora passa all'Aula di Montecitorio per il voto definitivo. Risultato: il deputato dice sì, il Palazzo dice no.2. Perché succede? La regola che il cittadino non conosceQui sta l'inganno per l'opinione pubblica. Non è Delmastro a decidere. La titolarità della tutela non è personale, è istituzionale.La legge protegge non la persona del deputato, ma la funzione del Parlamento. L'idea di fondo, nata per evitare intercettazioni politiche selvagge, è che la corrispondenza del parlamentare - anche se su un telefono di terzi - non possa essere usata senza un filtro parlamentare.Quindi, anche se Delmastro dà il suo ok, giuridicamente quel consenso è irrilevante. È la Camera a dover autorizzare. E può negarla se ritiene che quelle chat siano irrilevanti o che la richiesta violi le prerogative.È legittimo? Sì, sulla carta.È comprensibile? No. E questo è il problema politico.3. Il messaggio che arriva in PiazzaMettiamoci nei panni del cittadino di Rocca di Neto, di Crotone, di qualsiasi piazza d'Italia.Se a un cittadino comune sequestrano il telefono a un suo socio, il PM le chat le legge il giorno dopo. Non chiede a nessuno.Se accade a un deputato, anche se quel deputato dice "leggetele pure", interviene un organo politico che vota a maggioranza se un PM può fare il suo lavoro.Il cittadino cosa capisce? Capisce tre cose:1. Che esistono due binari. Uno veloce per lui, uno blindato per il Palazzo.2. Che il consenso del singolo è una mossa di immagine. Delmastro può dire di essere trasparente, sapendo che sarà la Giunta a proteggerlo. È il perfetto scaricabarile istituzionale.3. Che la trasparenza diventa opaca. Proprio mentre il M5S occupava i banchi al Senato con i cartelli "Fuori le chat" e il Paese discuteva di antimafia, la Giunta ha votato per non far vedere delle chat a dei magistrati antimafia. Il punto non è se in quelle chat c'è un reato. Delmastro in questo filone non è nemmeno indagato. Il punto è il principio: se la politica nega lo strumento d'indagine per principio, come fa il cittadino a fidarsi del giudizio sul merito?Conclusione per Palazzo e PiazzaIl caso Delmastro non è un caso giudiziario. È un caso di comunicazione istituzionale fallita.La Camera ha applicato una norma nata per difendere l'autonomia del Parlamento da abusi. Ma usandola in questo modo, nel 2026, con un deputato consenziente, ha ottenuto l'effetto opposto: ha fatto percepire il Parlamento come un corpo che si auto-assolve.Lo dice bene un'analisi: il Parlamento "assolve" quasi sempre i suoi membri quando si tratta di autorizzazioni. E allora la domanda che titola questo articolo resta tutta: ma come può capire il cittadino quello che succede nel Palazzo se il Palazzo si comporta così?Non può capirlo. Può solo prenderne atto. E allontanarsi di un altro metro.